Perché i democratici tengono Biden nascosto, anche se conta davvero

L’ombra lunga di Bill Clinton ha oscurato la convention di Joe Biden, il vicepresidente, quello che secondo la prassi dovrebbe avere un’agnizione da primo attore, con titoli e attenzioni mediatiche conseguenti. Se tutto è andato come da programma, ieri notte è stato invece Clinton a passare a Obama lo scettro della nuova candidatura con un discorso vergato personalmente con estrema cura e al riparo dallo zelo dei controllori obamiani, mentre l’apparizione di Biden è stata incastrata appena prima di quella del presidente, questa notte, e dunque non si parlerà d’altri che del commander in chief. Insomma, Biden non avrà quello che Paul Ryan ha avuto alla convention repubblicana di Tampa.
10 AGO 20
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New York. L’ombra lunga di Bill Clinton ha oscurato la convention di Joe Biden, il vicepresidente, quello che secondo la prassi dovrebbe avere un’agnizione da primo attore, con titoli e attenzioni mediatiche conseguenti. Se tutto è andato come da programma, ieri notte è stato invece Clinton a passare a Obama lo scettro della nuova candidatura con un discorso vergato personalmente con estrema cura e al riparo dallo zelo dei controllori obamiani, mentre l’apparizione di Biden è stata incastrata appena prima di quella del presidente, questa notte, e dunque non si parlerà d’altri che del commander in chief. Insomma, Biden non avrà quello che Paul Ryan ha avuto alla convention repubblicana di Tampa, e la scelta del programma sottolinea la disparità nella campagna vicepresidenziale: Ryan è il game changer della trama conservatrice, è il peperoncino che ravviva una minestra politica sciocca, e Mitt Romney lo ha scelto fra una serie di suoi doppioni proprio per propiziare una virtuosa rupture. In Ryan cerca l’elemento complementare e lascia che il suo giovane running mate dispeghi le ali, come a Tampa, quando è stato subissato di critiche, per lo più capziose, per via delle presunte falsità infilate nel discorso.
Ma le critiche a un discorso arrivano se questo è visibile, se ha un impatto, mentre quello di Biden sarà nascosto in una serata già peraltro ridimensionata dai timori atmosferici. Il partito ha rinunciato ai 73 mila posti del Bank of America Stadium per i 20 mila della Time Warner Cable Arena, certamente asciutti e assai più facili da riempire. Che la decisione sia stata presa per evitare l’effetto imbarazzante di uno stadio mezzo vuoto è una versione sulla bocca di tutti: “I democratici stanno rimpicciolendo in modo significativo l’ultima serata della loro convention” è il modo elegante con cui la Cbs ha sintetizzato il trucco del cambio di location. Tutto, insomma, cospira per rendere la presenza di Biden ancora più impalpabile. Gli osservatori politici più raffinati dicono che lo slot di Biden sarà fondamentale per toccare le corde della working class bianca, sulla quale il vicepresidente ha degli atout rispetto al suo capo, quelli più maliziosi spiegano che in quella posizione le eventuali gaffe si noterebbero meno.
Ma la scelta del basso profilo di Biden a Charlotte, con Clinton a dare autorevolezza al messaggio e Obama alla ricerca del se stesso di quattro anni fa, potrebbe anche essere la conseguenza di un calcolo politico preciso. I ruoli nella campagna elettorale di Obama cambiano in fretta, cosa che sa bene il sindaco di Chicago, Rahm Emanuel, che da manager onorario della campagna è diventato fundraiser d’eccezione, e Biden è parte di questa tettonica del potere democratico. Il quotidiano Politico ricorda l’importanza del “fattore Biden”, che essenzialmente discende dal grande accordo stipulato fra i due quattro anni fa: il decano del Senato avrebbe accettato la vicepresidenza soltanto in cambio di un potere effettivo, à la Cheney, non di officiare funerali e fare comizi da gregario. Nel silenzio delle giornate alla Casa Bianca e nel rumore delle gaffe pubbliche, Biden è diventato un attore fondamentale, anche se il suo ruolo nella narrativa elettorale è completamente diverso da quello di Ryan.
Il settimanale New York ha dedicato la copertina al vicepresidente, e il lungo saggio di accompagnamento non è un’improbabile eulogia bideniana, ma un racconto di prima mano delle leve che questo veterano della politica di Washington muove con destrezza inimmaginabile. Mai copertina fu più utile a un vicepresidente che come reazione alla nomina di Ryan ha offerto soltanto una gaffe a sfondo razziale (a una platea afroamericana ha detto che “Romney vuole mettervi in catene”) e questa sera terrà un discorso in tono minore rispetto al suo ruolo. Il suo slot è nelle mani democraticamente affidabili di Clinton.